Banda dei bancomat, presi gli eredi di Antonio Orlando

Il capostipite morì durante un colpo a Pero. Otto anni dopo la “batteria” è stata sgominata

Milano, 30 maggio 2019 – Sono le 16.10 del 21 aprile scorso. Mohammed Sorour detto «Momo» telefona a Stefano Di Maggio: «Qualcuno si è rotto il menisco». E l’altro risponde: «Ah… rotto il menisco! Ah, lo so lo so! Tutti lo sanno».

Quattordici ore prima, alle 2 di notte, i carabinieri del Nucleo investigativo di Milano hannoarrestato in flagranza cinque pregiudicati bolognesi accusati di aver fatto saltare due bancomat in rapida successione a Luisago, nel Comasco, e Solaro. A 200 chilometri di distanza, all’ombra delle Due Torri, i componenti della batteria gemella sono molto preoccupati: «Hanno trovato i garage? C’è un’indagine in corso? Stanno indagando i carabinieri?», le domande che si rincorrono nelle conversazioni telefoniche, intercettate dai militari del Nucleo investigativo di Bologna.

Che l’altro ieri hanno sottoposto a fermo Sorour, Di Maggio e altri sei complici, ritenuti responsabili di dieci assalti ad altrettanti istituti di credito tra Emilia Romagna, Piemonte e Lombardia, il penultimo dei quali andato in scena alle 3 del 22 maggio alla filiale della Banca popolare di Sondrio di via Greppi a Pero (sventrata per un bottino di 40mila euro).

Già, Pero, un luogo che ritorna nella storia dei bancomattari: lì, il 16 marzo 2011, morì il pregiudicato Antonio Orlando, investito dalla deflagrazione di una bombola di acetilene proprio mentre stava cercando di scassinare uno sportello automatico.

E tre dei dieci indagati dell’inchiesta del pm Morena Plazzi sono parenti diretti o acquisiti del capostipite: Di Maggio e Massimo Mascia, considerati i capi della presunta associazione a delinquere, sono sposati con le due figlie di Orlando (secondo gli inquirenti ben a conoscenza dell’attività dei mariti e custodi fedeli dei loro telefoni, rigorosamente accesi, durante le trasferte fuori regione); senza dimenticare il nipote Gregorio Orlando, a sua volta finito in manette. 

Attraverso accertamenti tecnici, analisi dei filmati delle telecamere e pedinamenti, gli investigatori sono riusciti a ricostruire l’intera struttura della banda, delineando un modus operandi che si ripeteva ciclicamente: raid a bancomat ubicati in periferia e sempre vicini a tangenziali e autostrade, utilizzo delle «marmotte» (tubi di ferro pieni di polvere pirica da inserire nelle fessure degli sportelli) e box di appoggio dove parcheggiare le auto di grossa cilindrata (Audi A6 e Audi A3 Sportback in questo caso) da usare come «freccia» (la macchina che trasporta esplosivo e soldi) o «lepre» (quella per sviare le forze dell’ordine in caso di inseguimento).

I carabinieri sono arrivati al gruppo grazie a due particolari: il Dna di Massimo Mascia sulla A3 abbandonata in strada dopo un incidente e l’andatura «unica nel suo genere» di Massimiliano Bozza, lo specialista nella forzatura delle porte che incrocia le ginocchia quando corre. Da lì i militari hanno unito tutti gli altri pezzi del puzzle, fino al blitz di martedì. A poco più di un mese da quello dei colleghi meneghini.